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Ursula Ferrara – Premio alla Carriera 2024

By 04/07/2024No Comments

URSULA FERRARA – Premio alla Carriera 2024

Fotografa, pittrice, disegnatrice, animatrice, sperimentatrice indipendente, anima libera, visionaria, poeta dell’immagine. Ursula Ferrara potrebbe essere definita in molti modi, sia pensando alla produzione creativa che ha sviluppato negli anni, sia guardando alla sua metodologia di lavoro dove indipendenza, tenacia, rigore e pazienza si uniscono a un’attitudine onnivora verso l’impiego di tecniche e linguaggi diversi. Nata nel 1961 a Pisa, ha frequentato l’Istituto d’Arte di Porta Romana a Firenze, dove ha potuto studiare grafica pubblicitaria e fotografia, nonché approfondire varie tecniche artistiche, dal disegno all’incisione, dalla litografia all’acquerello e alla tempera a olio. Il suo è un percorso di crescita artistica che parte da una base genetica peculiare: dal padre geologo Ferrara eredita la passione per la fotografia, ed è proprio lui a regalarle la prima macchina fotografica. Giovanissima inizia a scattare, a sviluppare, a stampare, intraprendendo un percorso sperimentale che porta avanti insieme al disegno. Ed è qui che vibra l’altra componente genetica, quella materna: figlia dell’eclettica pittrice e scultrice Milena Moriani, Ursula riceve da lei non solo il dono dell’abilità grafica e pittorica, ma ne eredita la capacità visionaria e il coraggio per la sperimentazione libera, componenti essenziali per la costruzione di mondi poetici dove l’elemento memoriale e il vissuto intimo si fondono con la dimensione immaginaria più creativa.

Nel 1984, Ferrara vede a Parigi la mostra Portrait d’un studio d’animation, dedicata in particolare al National Film Board of Canada. È lì che ha l’occasione di scoprire i film di animazione di alcuni autori emergenti, ma soprattutto è in quel contesto che realizza cosa significhi ‘fare animazione’, potendo assistere alle dimostrazioni dei processi creativi di realizzazione di alcuni registi. Ed è come una rivelazione: le passioni coltivate fin da piccola, il disegno e la fotografia, erano lì di fronte ai suoi occhi, strettamente legate nel film di animazione. Da quel momento Ferrara intraprende un percorso da autodidatta, studiando in modo solitario, tenace e paziente, senza guida né maestri.

La produzione filmica in pellicola di Ferrara copre un ventennio, dal 1986 al 2006, anni in cui realizza otto film in pellicola 16mm (i secondi quattro poi sviluppati e stampati in 35mm) per una durata complessiva di venticinque minuti. Considerando che ogni secondo è composto dalle dodici alle ventiquattro tavole filmate a passo uno, è facile capire la quantità di disegni prodotti per realizzare piccoli film, ma grandi e preziosi capolavori che, seppure nelle brevi durate, dipanano di fronte agli occhi degli spettatori una complessità creativa ed emotiva intensa e toccante. I film di Ferrara hanno fatto il giro del mondo, ottenendo premi e riconoscimenti ovunque, da Cannes a Berlino, da Tokyo a New York, da Toronto a Edimburgo. Mostre retrospettive sono state organizzate anche da Nanni Moretti nell’ambito del suo Sacher Film festival, dall’Isola Film Festival, dal Fano International Film Festival e dal Festival del Film di Locarno.

Ogni film rappresenta uno step evolutivo, per quanto riguarda le tecniche adottate ma soprattutto per una sensazione di ‘crescita’ globale che si percepisce di produzione in produzione e che ne restituisce una maturazione intima e personale. Non è un caso, dunque, che il primo film Lucidi folli (1986, 2’) parta dalle evoluzioni incessanti di una linea essenziale di pennarello nero su lucidi: senza ombre, esitazioni, frammentazioni, il segno genera forme e soggetti in continua evoluzione, in una rappresentazione del tema dell’amore tra il sacro e il profano, in cui Ferrara libera un immaginario privo di sceneggiatura e storyboard. Nei film successivi, Congiuntivo futuro (1988, 2’15”), Amore asimmetrico (1990, 2’40”), Come persone (1995, 1’23”), resta il lavoro in bianco e nero che diventa però quello della matita su carta. Il segno, ora più morbido, si arricchisce di ombreggiature e chiaroscuri, le figure disegnate acquisiscono un corpo più tridimensionale e alla complessità grafica si accompagna anche un’evoluzione nella costruzione e nelle relazioni tra i piani che assumono via via un carattere più cinematografico. Tra continue trasformazioni e dissolvenze, mantenendo salda la natura metamorfica e rapida delle immagini, Ferrara coniuga insieme elementi tratti dalla quotidianità e spunti onirici, confondendo il confine tra ciò che è vita e ciò che è sogno, mostrando le tante facce dell’amore, delle relazioni, delle unioni e dei conflitti: tutto suggerito, accennato, fugace, tra sorprese e meraviglie che stimolano in chi osserva una partecipazione vicina e complice. Nei film ritroviamo anche echi provenienti dalla storia dell’arte: le logiche dell’automatismo surrealista, così come alcuni volti ispirati a Constantin Brâncuși, Amedeo Modigliani e Otto Dix sembrano affacciarsi in Congiuntivo futuro; in Amore asimmetrico ritroviamo insieme alle architetture escheriane le dimensioni metafisiche di Carlo Carrà e Giorgio De Chirico, così come accenni figurativi a Paul Cézanne e Paul Gauguin e alle disarticolazioni cubiste di Pablo Picasso o Fernand Léger; in Come persone i riferimenti sembrano spostarsi dall’ambito pittorico verso le esperienze scultoree novecentesche, da Brâncuși, a Ugo Guidi e a Henry Moore. In questo primo corpus di film, in cui la parte sonora è costituita da brani musicali scelti dall’autrice, oltre all’evoluzione della linea possiamo notare una ‘apertura’ del concetto di superficie: dai limiti costretti del foglio, tramite l’acquisizione di uno sguardo più cinematografico Ferrara allarga gli orizzonti del visibile, costruendo uno spazio che va oltre la superficie piana, percorribile in ogni direzione, decomponibile, sottratto alle leggi di gravità.

Con Quasi niente (1997, 2’20”) assistiamo a delle evoluzioni radicali: Ferrara inizia a lavorare con la pittura a olio su acetato e a realizzare le concezioni sonore dei film, dove i dati registrati del reale vengono mixati con musiche brevi. I cortometraggi, dunque, si arricchiscono sia dal punto di vista cromatico che da quello sonoro, mostrando una vivacità crescente che corrisponde anche a una maggiore stimolazione percettiva dello spettatore. In questo film il realismo di una colazione in famiglia si confonde con la raffigurazione poetica dei sentimenti d’amore che muovono le relazioni, il tutto restituito da pennellate dinamiche e vibranti di colore. Oltre al richiamo cubista, qui i tratti pittorici intensi, spatolati o punteggiati ricordano le tecniche impressioniste e la visionarietà vangoghiana. La casa, le relazioni che circolano all’interno di essa, il tema dell’unità stanno alla base di Cinque stanze (1999, 4’23”), realizzato con i pastelli a olio. Nel film l’idea del ‘tutto unito’ si esprime nella relazione circolare che l’autrice instaura tra gli individui e gli spazi, dove le figure umane sembrano sprofondare e riaffiorare da una dimensione priva di margini, deflagrata nella trasformazione metamorfica e cangiante dei colori pastosi. Dal punto di vista visivo il film si avvicina alla ricerca dell’arte informale: le immagini suggeriscono, più che descrivere, l’intricato intreccio di eventi (anche piccoli), le relazioni, gli avvenimenti che fanno vibrare l’esistenza intorno all’artista che ne sta al centro. Con La partita (2002, 4’)  il passaggio dal figurativismo all’astrazione diventa ancora più evidente: i colori e i segni creano spazi più indefiniti così come figure meno delineate, per un ‘tutto pittorico’ governato da una estrema padronanza di visione dettata dalla conoscenza matura dei piani cinematografici. Il campo di visione non coincide col campo di calcio: al contrario è il fuori campo che interessa all’artista, lo sguardo sugli spettatori con tutti i campi di visioni interiori che essi offrono, tra memorie, ricordi, gioie e paure passate e a venire. News (2006, 4’11”) è l’ultimo dei film in pellicola, il più complesso sia per le tematiche trattate (una selezione di notizie angosciose provenienti dal mondo), sia per le tecniche miste adottate (disegno, pittura, collage), elementi che lo fanno ricondurre al pensiero e alle tecniche neodadaiste.

Nell’arco di venti anni Ferrara ha prodotto lavori che sbalzano sullo schermo come fuochi d’artificio, lasciando nello spettatore tracce luminose di incanti e fascinazione, memorie risvegliate e grovigli di sensazioni. Sono film che mostrano una qualità aptica poiché sembrano tessuti da toccare, carte colorate da annusare, girandole vibranti di vita.

Se nel 2006 il lavoro in pellicola si è fermato, dal 2007 al 2013 Ferrara ha intrapreso una nuova strada sperimentale, combinando il lavoro più artigianale e pittorico con la ripresa digitale o anche utilizzando la tavoletta grafica dell’iPad. Lo ha fatto collaborando a progetti artistici e anche a produzioni cinematografiche che l’hanno vista coinvolta nella realizzazione di inserti animati: tra questi segnalo in particolare la collaborazione al film-documentario di Stefano Consiglio, L’amore e basta nel 2009, quella con Teresa Marchesi per la realizzazione del documentario Pivano Blues – Sulla strada di Nanda nel 2011 e, ancora in questo anno, la partecipazione a La passione di Laura, documentario di Paolo Petrucci su Laura Betti (2011) (pittura su Ipad), mostrato al Festival di Roma ed ”Evviva Giuseppe” (2017) film documentari di Stefano Consiglio.

Uno dei suoi ultimi lavori è legato a un progetto di Concita De Gregorio: “Princesa e altre regine” un volume, Edito da Giunti, dove 20 donne, ognuna a suo modo, attraverso scritti, poesie, foto, disegni, fumetti, raccontano una canzone di Fabrizio De André. Il lavoro di Ursula è proprio dedicato alla canzone “Princesa” ed è diventato la copertina del libro.

Negli ultimi anni, dopo essersi misurata col digitale sia in video che con la fotocamera, Ferrara è tornata alla fotografia analogica, il suo primo amore, con lo stesso spirito da sperimentatrice che l’ha sempre animata. Questo percorso l’ha portata a sviluppare una ricerca sulle antiche tecniche fotografiche, il wetplate (collodio umido), il grande formato e l’ultra grande formato, fino alla sua ultima invenzione: un furgone trasformato in una macchina fotografica gigante che svolge anche la funzione di camera oscura. Tra studio dell’esposizione e delle pose, mani negli acidi, risciacqui della carta, con l’incanto di una bambina bramosa di imparare, l’artista non solo ha ritrovato una delle prime passioni, ma l’ha arricchita con la costruzione artigianale e in proprio delle macchine. Le foto realizzate, tra ritratti, primissimi piani, particolari o dettagli, sembrano venire da un’altra epoca, riportano il nostro sguardo a un secolo fa e oltre, riavvolgono il nastro della storia alle origini delle immagini. Ancora una volta Ferrara continua a incantare con la sua visione, mai scontata, sempre poetica, con quel piglio sperimentale tipico dell’avanguardia, di chi si lancia alla scoperta di mondi nuovi. Ancora una volta, una pioniera.

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